Dovrei smetterla di piangere ogni volta che il personaggio di un libro crepa.
O forse dovrei smetterla di leggere romanzi storici e/o fantasy, dove i personaggi hanno la drammatica tendenza a schiattare praticamente ad ogni capitolo, appena ci si affeziona.
Ho finalmente preso in prestito in Salaborsa Il Talismano, di sir Walter Scott.
Ho dovuto stanarlo nel deposito della biblioteca ragazzi, fra l'altro.
Il libro è quel che è, e non è stato esattamente scritto l'altro ieri, il che comporta uno stile a volte un po' pesantuccio (il baronetto ha dato il suo meglio in Ivanhoe).
Ma quel libro lo sto leggendo con quindici e forse più anni di ritardo.
Ho scoperto solo di recente che proprio da quel romanzo è stato tratto il film che ha in un certo senso segnato la mia infanzia.
Trattasi di Riccardo Cuor Di Leone (King Richard and the Crusaders), del 1954, regia di David Butler.
Filmone coloroso della Warner Bros dell'epoca, con quel che ne consegue.
Ma ne ero pazzamente innamorata.
La vhs -che ancora circola, gelosamente custodita, per casa mia- cigola dal troppo uso.
E' incredibile come quello che riceviamo da bambini finisca per modellarci in modo quasi indelebile, quanto al gusto, al senso estetico, alle categorie in cui classifichiamo la vita, ai canoni ed i principi secondo cui la giudichiamo.
Qualche bravo psichiatra -e anche non bravo- sarebbe in grado di far risalire quel che siamo a quello che abbiamo vissuto da bambini.
E in fondo è vero.
A guardare bene, è da quel film che sono spuntate diverse cose, diversi lati di me che ancora mi porto dietro, che fanno parte di quel che sono.
Il totale ed incondizionato amore per qualsiasi cosa possa essere etichettato come "cappa e spada", sfociato nell'interesse per le faccende storiche fra l'800 (zona carlo magno) ed un tardo 1700 (rivoluzione francese, per intenderci), quasi un millennio di gente a cavallo intenta a spadacciare in giro per l'europa fatta di castelli. In modi e tempi diversi, diversissimi, d'accordo, ma datemi spada e mantello e mi troverete soddisfatta e attentissima.
Da lì al fantasy, il passo è breve. La storia è leggenda, la leggenda mito, il mito favola, la favola fantastico.
Ma, sempre in quel film, c'è altro.
L'odio per le svenevoli et bionde damigelle che creano guai ai poveri cavalieri, la fascinazione per i sultani sornioni con gli occhi azzurri (ma guarda un po'), una visione di Riccardo Cuor Di Leone che, pur sconfessata dalla storia, mi è rimasta nel cuore.
Quanti anni avevo, quel carnevale in cui il mio costume consisteva in una tunica crociata, un mantello azzurro, una spada di plastica e la corona di lamiera fatta da mio padre? Forse non andavo ancora alle elementari. Ero una mezza pulce, e già giocavo a fare il re-cavaliere delle crociate.
Anche quella tunica c'è ancora.
Insana passione per cavalieri, mantelli, spade, leggende arturiane, crociate, castelli, maghi, incantesimi, alchimisti, talismani fatati, draghi, sultani, menestrelli, stemmi araldici, tornei.
Sono cambiata?
Nemmeno un po'.
Ho accumulato un po' di conoscenze storiche, ho sbattuto il naso su qualche portone di troppo, ho incontrato qualche persona in più (fra cui cavalieri dell'OESSG, SMOC, e gente varia non ben identificata ma inerente al tema, e una persona che pur non essendo cavaliere di niente vive secondo quelle regole), mi son fatta le mie brave letture...
...e continuo ad adorare qualsiasi romanzaccio storico e/o fantasy che mi capiti sotto le zampe, pur conoscendo la differenza fra letteratura e storia.
Continuo a sognare una spada, ma solo quella, visto che al mantello ho già provveduto.
Sì, anche la passione per i vestiti di altri secoli mi viene da lì. L'innata propensione alla finzione, al gioco di ruolo, al teatro.
Vorrei rivedermelo, quel film.
(e comunque, già da piccola, ero fermamente convinta che quell'oca di lady Edith avrebbe fatto meglio a restare a far la concubina nell'harem di Saladino, siglando così la pace e la fine della crociata, anzichè tornare a dar rogne a suo zio e a ser Kenneth del Leopardo. Dannata gallina. E poi il sultano era cento volte più gnocco del cavaliere, eh. Certi vizi vengono proprio dall'infanzia, temo.)

(assieme agli uomini a cui sta bene il cilindro, il mio amore va a tutti quelli cui stanno bene una camicia da teatro o un mantello)
felicità .
felicità .
Sono ancora viva.
E vuota.
Svuotata.
Che cosa vuol dire essere felici?
Sei felice quando oltre ad essere contento ti cambia qualcosa dentro, e dopo non sei più come prima.
Qualcuno mi ha risposto così.
Davvero?
Forse.
Ma per me essere felice è sentire entrambe le Ali spalancate.
Di solito non accade mai, di solito l'una esclude l'altra, come un amore ne esclude un altro.
Stavolta, invece, per qualche ora hanno retto.
E non è stata la solita caduta.
Un po', un pochino, ho volato.
Tutta la corsa rincorsa lungo giugno, per salire più in alto possibile, fino all'orlo, fino al confine, fino al Limite.
Arrivare a piedi nudi sul bordo di legno, piegare le gambe e poi gettarsi in aria, saltare.
Sentirle spalancarsi entrambe, stavolta.
Reggermi nel vuoto, resistere.
Quella di inchiostro umbratile, quella di fil di ferro e spago, aperte contro il cielo e per una volta fregarmene della forza di gravità.
Volare.
E' quella la perfezione, dico io, quella la felicità.
La Felicità, maiuscola.
La tensione nervosa, l'adrenalina, il buio spezzato di crepe luminose, l'odore della polvere e del trucco, la pelle che scotta come se fossi fatta interamente di fuoco, l'aria colma fino all'impossible, il legno che scricchiola sotto i piedi, la mia voce, tutto ciò che tocco, altri corpi, altre anime, altri cuori, il mio, di cuore, lanciato in alto senza temere di non saper riprenderlo, le parole mie e non mie, il riflesso nella parete di specchi, i loro volti, il rumore delle loro risate, gettare uno sguardo a cercare un singolo paio d'occhi e trovarlo lì dov'è, dove lo so, la sensazione bruciante di essere vivi, il dolore sulla pelle, la fame, la stanchezza, il mondo che andiamo creando sotto le dita, il mio corpo sfigurato e trasfigurato, le carte da gioco che perdo come petali, un amore bambino che sussulta nascosto in mezzo ai cassetti del tempo, un altro amore incandescente fra le linee delle mani, trattenere un desiderio come stelle in gabbia, scoprirsi esausti, essere lì, essere, diventare, creare, per me per lui per lei per loro per tutti, sognare, vivere.
Tutto, insieme.
Per me è questa, la Felicità.
Non caduta libera, ma volo.
Con un'ala sola riesco a planare, a stare bene, ad essere contenta.
Felicità è un termine che uso con estrema cautela, proprio perchè riuscire a spalancare entrambe le ali è qualcosa di più unico che raro.
E perfetto.
Quel teatrino, quella gabbia di legno piena all'inverosimile, il palco ridotto per via della gente seduta in scena.
Sentirli ridere.
Sentirli.
Non so spiegarlo in altro modo, il Pubblico o c'è o non c'è.
Puoi fare uno spettacolo impeccabile, ma se il Pubblico non c'è, lo senti che non gira, che è stonato.
Oppure puoi fare un sacco di errori, far passare più treni che a Milano Centrale, ma avere il Pubblico dalla tua, sentirlo presente, sentirlo lì sotto le dita. Non in pugno, ma come una mano da stringere dolcemente.
Ridono, ci seguono, sono presenti.
Esco nel quinto atto, e ridacchiano appena metto piede in scena, prima ancora che faccia qualcosa.
E' una sensazione che a parole non si riesce a rendere.
Di colpo ci si trova a voler bene, un bene infinito, a quella massa di sconosciuti.
A voler essere perfetti e bellissimi, per compensare quell'attenzione.
Di più, di più, cento volte di più quando fra gli sconosciuti ci sono invece pezzi di cuore.
Perchè per molte cose sono goffa e incasinata e mi esprimo male e son priva di grazia.
Ma questo, assieme alle parole, è la sola cosa che posso donare.
Continuerò a dirlo per sempre: nessuno può dire di conoscermi, se non mi ha visto sul palcoscenico.
E' metà della mia anima, metà della mia vita, non è solo un dettaglio.
Felice, giuro.
Per la prima volta dopo...quanto?
Chi lo sa.
E' una magia.
Che andrà bene, ma non si sa perchè, perchè è un mistero.
E sono stata Felice.
[il dopo è stato uno schiaffo in pieno volto, in compenso. Ho retto un po' di ore. Poi la crepa è arrivata, come sempre arriva. Il motivo per cui non potrò mai fare l'attore sul serio. E' sempre troppa la parte di cuore che mi va in pezzi, dopo. Basta un nulla, un niente, un soffio, una parola storta, un rumore distratto. Fran. Ma lo so, ormai ci sono abituata. Fa sempre male, ma almeno so che deve arrivare. E' un po' peggio per chi mi sta attorno, in compenso. Mi chiudo a piombo nella mia bolla, e rigetto qualsiasi cosa cerchi di filtrare dall'esterno. Non è cattiveria, è solo autodifesa. Dopo uno spettacolo sono priva di corpo, priva di corazza, sono nuda e non ho più nemmeno il costume di scena, il personaggio, a proteggermi. Qualsiasi cosa può ferirmi. Stavolta è arrivato bello pesante, lo schiaffo. Ma ho visto l'alba, sono ancora viva, non ho mandato a quel paese nessuno, non ho chiamato il vento. Perchè è vero, forse, la Felicità è tale se cambia qualcosa dentro. E stavolta, almeno un pochino, qualcosa è cambiato.]
[Heaven Out Of Hell - Elisa. Perchè è stata la prima canzone-degli-applausi che abbia vissuto. Perchè per me sarà sempre tale, la Canzone per eccellenza. Perchè per me quella cosa lì è la Felicità. Una Felicità che ha a che fare soprattutto col Teatro. Ma non soltanto.]
mia .
mia .
Eh, ma tu sei donna, sei abitunata, è diverso. Dice.
Riflessi negli specchi, mentre litighiamo con fondotinta e cerone, mezz'ora prima di andare in scena.
Faccio il mio sorrisino a metà.
No, non c'entra.
Io non mi trucco mai.
Ma come, proprio tu che sei sempre così teatrale?
Soltanto un poco di kajal sugli occhi, e solo quando ne vale la pena.
Perchè per me truccarmi è e resta qualcosa di unicamente teatrale.
Perchè l'odore dello struccante per me è solo l'odore del dopo spettacolo, ed è legato a quello della polvere, del sudore, della stanchezza, della gioia esausta e strampalata.
Non lo sopporterei, fuori.
In realtà mi piace truccarmi per la scena.
Sedermi davanti allo specchio e dipingermi come fossi un foglio, reinventarmi, strato dopo strato, operare le fasi della mia trasmutazione. E' la mia alchimia.
E stasera ho mescolato il rosso e l'arancione sulla mia pelle, allungato gli occhi e ridisegnato la bocca, sono tornata ad essere inumana, tornata ad essere quell'animale teatrale folle e felino che in fondo, nell'essenza, sono.
E tante, tante, tantissime volte mi vien da dire "ma cosa c'è di più bello di..." trasportata sull'onda del momento.
Perchè la verità è che io mi innamoro di tutto.
Ma questa è una cosa che mi porto dietro -dentro- da otto anni ormai.
E forse le cose Vere son quelle che durano nel tempo.
Otto anni non è una vita, o un'eternità, ma è più di un terzo del mio vissuto.
E allora, sul serio, nonostante tutto, nonostante questo spettacolo, mi sento di dire ancora: cosa c'è di più bello?
Della carezza dei riflettori, del cuore incastrato fra l'anima e il diaframma, del trovare nel riflesso dello specchio qualcosa che siamo e non siamo, nel muoversi a piedi nudi sulle assi di legno rovinato, sotto i vostri occhi, più nuda che fra le lenzuola, lanciando la mia voce nell'aria e riprendendola fra le mani.
Cosa c'è di più bello di strapparvi uno sguardo, un sorriso, una risata, un sospiro?
Gente che non conosco, oh-Pubblico senza nome.
Persone che poi mi fermano, mi dicono complimenti, e brava, e mi hai fatto morire, sorrisi che ignoro ma che mi imbarazzano e mi fanno dire grazie. Persone preoccupate di come stessi, chiusa dentro il baule.
C'è qualcosa di più bello di questa Grande Opera, di questa Ars Régia?
Ci penso, ma non ho una risposta.
E' la sola cosa che davvero, e del tutto, e fino all'ultima briciola di me, riesce a farmi sentire viva, e bellissima.
Coi soldi dell'incasso, domani notte andremo a cena fuori.
E per la prima volta, sarà il Teatro a darmi da mangiare.
E' poco, ma non è solo simbolico.
Ma non è come raccattare soldi con un lavoretto qualsiasi.
E' la prima volta che guadagno qualcosa - fosse anche un centesimo - con...questo.
Con la mia Arte, santo cielo!
Mia.
In quel teatrino di legno claustrofobico, con un regista che mal sopporto e che non considero tale, pensando e desiderando il Maestro, con un costume pesantissimo e una parte martoriata, ma Mia.
MIA!
Non ho mai pensato di potermi seriamente guadagnare da vivere recitando.
Col Teatro sì, ma nel Teatro ci sono molteplici occupazioni, e recitare è solo una delle tante.
Non ci ho mai pensato, e non ci penso neppure ora.
Però adesso ho una cosa in più da desiderare: vorrei capitasse di nuovo.
Ma col Maestro, stavolta.
Vorrei, per una volta, dimostrare di essere qualcosa di più di un tanghero bifolco vestito di stamina.

