Ho ancora la mano destra sporca di fuliggine nera. Sa ancora un poco di petrolio.

Mangio biscotti al cioccolato nel cuore fuso della notte e accantono l'idea dei centoventi minuti di filosofia delle arti che, pur piacevoli, mi attendono domattina.
Non riesco a smettere di pensare a quell'odore.

L'avevo visto giorni fa in plaza major, sotto al Nettuno, i capelli chiari semisepolti dal berretto di lana, gli occhi azzurri puliti, i vestiti sformati, la gamba destra dei calzoni arrotolata a metà del ginocchio. A far danzare le clave nel vuoto un po' nebbioso della piazza, mattina di novembre, acquasporca.
Mi ero fermata per un po' a guardarlo, senza trovare il coraggio di chiedergli il nome.

Ogni volta che incrocio un giocoliere biondo dagli occhi chiari, penso a Simòn.
Sono ancora convinta che esista, da qualche parte, in qualche piazza.
Spero ancora di incontrarlo, dopotutto, benchè sia soltanto il personaggio di una vecchia favola.

Questo ragazzo invece l'ho visto di nuovo.
Ieri sera, col Busker Festival ospitato nella Felsinea per la fiera del cioccolato, i mille angoli di plaza major occupati da gente che suona e giocola e piroetta. Quanti angoli ha, la nostra plaza major? Ce n'è sempre uno ancora libero, c'è spazio per tutti.
Ho visto prima le torce levarsi in alto, da lontano, sopra le file di teste. E siccome sono una dannata mangiafumo, sono accorsa. Anzi, no, sono corsa. Col mio cilindro e tutto il resto.
E c'era di nuovo lui.
E ho pensato: stavolta glielo chiedo, il nome. Stavolta glielo chiedo, se si chiama Simòn, per caso.
Ma è bastato il tempo di andare per un attimo altrove, ed era già sparito.
E accidenti a me, che non ho mai palle abbastanza.

Invece poi zio Universo ti ricorda che se qualcosa accade tre volte di fila, un motivo ci dovrà pur essere.
Ultimo giro alla fiera, che oggi chiude i battenti.
Più per sfizio che necessità.
Sto già per andare a prendere il mio autobus, quando vedo il fuoco sopra la scalinata di Salaborsa.
Sorrido.
Sta finendo il numero, e quando si china a spegnere le torce mi avvicino.
Ciao, scusa. Posso chiederti come ti chiami?
...do you speak english?


E per la prima volta in vita mia sono stata contenta di aver imparato un po' d'inglese.
Non mi era mai successo.
Di dover davvero usare una lingua diversa dalla mia per comunicare.
Non solo chiedere un'indicazione stradale, o ordinare un panino.

Yah, what's your name?
Mish. Why?


Perchè tanto tempo fa ho letto una storia per bambini, dove c'era un giocoliere come te, che però si chiamava Simòn.
È un bel nome, Simòn. Ho tanti nomi. Conosco Simòn, sai? Stava a Vienna.


Forse non capisco tutto, il suo inglese è appena migliore del mio, ma ci capiamo. Seduti sui talloni in un angolo della scalinata, gatto grigio e gatto nero nell'odore di petrolio. È un fuck day, il peggiore di questo fuck year, ed è contento che sia finita la fiera perchè c'è troppa gente e si sente perso, non si trova più, vorrebbe stare su marte senza tutta quella gente. È da tanto che non si trova più. Gli dico che è novembre, che è un mese che fa schifo, ma almeno è quasi finito assieme a quest'anno, e che il prossimo sarà certamente migliore.
Vorrebbe andare a Verona, ma è una nazi-city e non vogliono quelli che fanno quello che fa lui per strada, e allora non sa se tornare a Vienna o a Barcellona. Tre cose vorrebbe, vorrebbe trovarsi una casa, vorrebbe smettere di bere -perchè se fai una vita come la mia è importante cercare di non bere- e vorrebbe practise, indicando le torce. Che poi cerco di tradurlo alla mia coinquilina, e mi accorgo che quel practise non riesco a metterlo a posto, non è solo un allenarsi, non lo so. Practise. Un altro di quei casi in cui mi tocca dar ragione a Meneghello, certi concetti li esprimi meglio in inglese.
Parliamo.
Parliamo del fatto che nella vita ti si aprono strade, e tu ne prendi una, e non sai dove vai a finire però devi andare. Che spesso ci sono tre scelte ma la moneta che lanci ha solo due facce. E no, dico io, può cadere così, cosà, e può anche restare in bilico. Ride, e penso che un po' somiglia a Simòn, anche se si raggomitola sui talloni e sembra un gatto randagio con la luna storta, Mish. Mish o Mich, o qualcosa d'altro, che io quel nome non l'ho capito bene, che è polacco ma la Polonia non se la ricorda, che è stato qui, e là, e altrove. E allora scrivo Mish, e mi dice che è sfortunato, non solo per oggi ma sempre, perchè uno segue un sogno e quello ti frega, conosci una ragazza, ci esci, ci dormi insieme, ci stai bene, ma dopo una settimana basta -e taglia l'aria in orizzontale con la mano- va via. She was the wrong girl. No, she was a good girl, but I'm too bad for her. E suo fratello l'ha perso a LaSpezia, e forse è ancora là. Almeno è in italia, dico. Maybe, or france, or...I don't know. Mi chiede che faccio, se studio, o cosa. Per la prima volta uso la parola actress. Salvo poi dover specificare not cinema, theatre. On stage? On stage, I'll try. It's hard? Yes, but I try. Perchè anche qui in Italy per certe cose serve solo essere tall, beauty, blond and stupid. No no, scuote la testa e l'indice, mi guarda dritto negli occhi, my girl is not tall, she's got brown hair and eyes, and she's not stupid, ma recita e ha fatto già tre film, ed è brava.
Try, again again and again, every day.
E guarda nel cappello e one euro and twenty cents, e non guardo nel borsellino ma acchiappo le monete tintinnanti che ci stanno e faccio fare loro quelle due spanne fino a quel cappello.
Perchè dopotutto è un bel vizio di famiglia.
Perchè ogni volta che vedo qualcuno play with the fire mi sento sempre come una bambina. Anche io, mi dice. E allora lo rifaccio, apposta per te, only for you.
E si rimette in piedi e accende le torce, e ricomincia a farle danzare, e dopo un po' non sono solo io lì a guardare e ad applaudire (ma sorrido).
I must go home, you must go home, lo diciamo nello stesso momento.
Mi alzo, e gli allungo la mano.
Mi porge il polso, per non farmi macchiare, e scuoto il capo.
Allora me la stringe, la mano, con la sua tutta sporca di fuliggine, tirandola per bene come a lasciarmi addosso quel nero, sorridendo.
Goodbye, goodluck, goodnight.

Vado via, mi lascio alle spalle plaza major, recupero il primo autobus e scivolo verso casa.
Io che ce l'ho, una casa.
Getto un'occhiata alla piazza, a bordo del pullman, e oltre le macchie della folla vedo le torce volare, lontane, e annuso la mano e quell'odore di petrolio che ormai mi è familiare, ma credo mi sia familiare da sempre.

E mi sono successe tante cose, tante cose che avrei voluto scrivere, in questi giorni, il tornare nel ventre del Duse e il sentirmi di nuovo bella riflessa negli occhi altrui e la fortuna che mi porta il mio cappello a cilindro e il cioccolato che crea amore, ma questa andava scritta. Se non altro, per non perderla.

Il vizio di parlare con la gente non lo perdo mai, però.
Non voglio perderlo.
Anche se ho perso l'occasione di dire una delle uniche due parole in polacco che conosco, dannazione.
Dobranoz, buonanotte.
Dobranoz, Mish, non mollare la lotta. Verranno momenti migliori, il tempo è una ruota che gira.
Dobranoz, Mish, canto con la mente la ninnananna dei Modena, perchè sono convinta che ci sia davvero un Dio dei viaggiatori, e davvero lo prego-
-che tu abbia due soldi in tasca da spendere stasera, e qualcuno nel letto per scaldare via l'inverno, e un angelo bianco seduto vicino alla finestra.

Quèsta chè l'è la fòla ed la sira
Per salutèret e per fèret durmir
L'è la nenia di òcc quand ìss serèn
Quand a ghè scur e al dè l'è finii
Al veint al sòpia in dì èlber
Al pètna i camp e l'erba in di prèe
E la fòla la gira e la souna
In totti al cà, per tott i puteìn
Al vèrd l'è al culòr dal lusèrtli
Al blò l'è al cèl ca se specia in di fos
Al ros l'è al culòr dal falèstri
Ch'ii sèlten fòra a balèr in dal fògh
Al zal l'è al furmèin in campagna
In d'la stagiòun dal chèld e dal sòl
E la nenia la finès cun al négher
Cl'è al piò bròtt, l'è al culòr ed la nòt
T'en vàd cl'è gnuda la sira
C'an ghè piò ginta e c'an s'sèint piò rumòr
L'è al mumèint ed cuntères dal fòli
E stèr a sèder chè asvèin al fògh
Al sòl l'è andèe a lughères
Al vèint l'à sméss ed supièr
La lòna l'è gnuda a catères
Perchè l'è òra d'andèr a durmir
Dòrem e brisa zighèr
Se t'fe di sogn chi't fàn agitèr
Che mè a sùn chè e a stàg sèimper svèli
A sparir via tòtt i fulètt
A t'gnarò luntàn i lèder e i brigànt
I bròtt pinser e i spìrit catìv
A farò rivèr sol di be sogn
Qui d'òr brilant e qui ed ver argint
T'en vàd cl'è gnuda la sira
C'an ghè piò ginta e c'an s'sèint piò rumòr
L'è al mumèint ed cuntères dal fòli
E stèr a sèder chè asvèin al fògh
Al sòl l'è andèe a lughères
Al vèint l'à sméss ed supièr
La lòna l'è gnuda a catères
Perchè l'è òra d'andèr a durmir
Perchè l'è òra d'andèr a durmir

La fola ed la sìra - MCR



lunedì, 23 novembre 2009 at 23/11/2009 02:16
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Una delle poche cose che amo di questo contorto mese è quel colore.
E' un mese grigio, grigissimo, piombo e cenere, ma quando fai a piedi o in bici quel tratto di via Farini, all'altezza di piazza Minghetti, ti esplode in faccia.
Come una poesia scritta allo specchio dei cessi della facoltà, come l'attimo di silenzio che non ti aspetti.
Come un po' di pace dolceamara.

Quanto tempo è passato (da quel giorno d'autunno)?
Quanto tempo è passato.

Il giorno non è lo stesso, anche se ormai manca meno di una settimana.
Sara delle date, Sara dei calendari, Sara degli anniversari e delle ricorrenze, che ti ricordi tutte le tue sconfitte, e le vittorie mai.
Sempre le origini dei guai.
A metterle in fila suonano pure bene, quindici dicembre, trenta di maggio, e poi? Ne mancano, ne mancano, ma sono tutte appuntate qua e là.

Una tazza di camomilla di quello stesso colore, più annacquato.
Giallo imperiale cinese, lo chiamò qualcuno.
Quel colore in mezzo al grigio che mi porto imprigionato dentro da anni.
Sempre a leggermi e rileggermi, rileggere le cose, come geroglifici, per trovargli altri sensi, o almeno trovargli un senso, un'illogicità. Sfogliare i giorni come le foglie di ginko biloba.
Sono foglie fatte di carta, di un colore così prezioso, così bello.
Dolcissimo, ed amaro.

Il passato mi scappa via da tutte le parti.
Ogni tanto ne raccolgo pezzi, li lascio a seccare fra le pagine dei miei quaderni.

Tornare bambina e sognare di nuovo cavalieri crociati fra le palme e le dune, dalle spade luccicanti sotto il sole.

Ogni tanto racconto versioni precedenti di me, e la gente non ci crede, o sgrana gli occhi.
Eppure sono io. Incredibilmente io.
A volte non ci credo nemmeno io, però.
Così lontana, mi sembra così lontana, quella ragazzina. E non parlo soltanto di quella col cappotto bianco che correva a perdifiato lungo via santo stefano, verso le due torri, in una sera di novembre di una vita fa.
La cicatrice sul polso sinistro è quasi del tutto svanita, resta appena un'ombra di quel bacio bruciante e sottile.

Ma grazie, grazie, di esserti accorto di quel colore, di quelle foglie.


sabato, 21 novembre 2009 at 21/11/2009 00:12
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Per la prima volta dopo anni, oggi ho messo il naso a Milano.
Di solito per me Milano è limitata alla Stazione Centrale.
Milano Centrale, Milano Cattedrale, come diceva Paolini.
E davvero è magnifica, davvero una cattedrale, davvero la mia porta verso il mondo da cui sono sgattaiolata fuori tre anni fa.
Oggi, svariate ore di anticipo sul treno.
Metropolitana, e assaggiare l'aria fredda risalendo le scale.
Un velo di foschia, di tulle leggerissimo.
Ed eccomelo lì, con la facciata tutta nuda, come l'ho sognato e come l'ho descritto in un vecchio racconto e come mi ero ripromessa e com'era diventato ormai il simbolo di un futuro migliore o quantomeno un futuro diverso.
La facciata nuda del Duomo.
E dio, quanto è bello.
Da piccola ci andavamo spesso, e mi piaceva da matti mettermi a correre in piazza per far scappare in volo tutti i piccioni.
Mi sembrava enorme, quella piazza.
Ed enorme il Duomo.
Adesso si è ridimensionato tutto quanto, ma è bellissimo e spreco aggettivi e superlativi e mi piace ancora mimare calci all'aria per il gusto di vedere i piccioni annoiati volarsene via.

Hai visto, Sorella?
Con troppi mesi di distanza, lo ammetto, ma ho mantenuto la promessa.

Sono entrata, poi.
L'ultima volta che ho messo piede nel blog è stato il 18 marzo 2005.
Io c'ho cantato, lì dentro. Col coro. E faceva un freddo bestia e lassù in cima alle volte non si vedeva altro che buio. Ma c'ho cantato, ed è una delle cose di cui sono scioccamente orgogliosa.
O mia bella madonnina, per davvero.
Sono entrata, poi, l'ho detto.
E dentro è ancora buio come lo ricordavo.
La stessa foschia, lassù in altro, un velo di nebbia sottile che la rende una foresta di pietra.
C'era messa, parole cantate che scivolano dentro e che le labbra della mente ricalcano senza che io me ne accorga.
Signore al telefono e bambini schiamazzanti, fastidio, irritazione. Fate silenzio, vorrei dire, non è un parco giochi nè la sala d'attesa del parrucchiere.
Qui le candele elettriche non hanno vinto la battaglia, fortunatamente.
Una distesa di fiammelle come una striscia di luce davanti alla Madonna, esili steli bianchi sgocciolanti.
Vorrei che ci fosse silenzio abbastanza per sentirlo, quello sgocciolare di cera su metallo.
Ne accendo una anche io, in silenzio, alla Madre.
La Madre di tutte le cose, anche di ciò che sono stata, di ciò che sono.
E davvero novembre è un mese schifoso fatto di reminescenze.
Ma il Duomo è troppo bello, troppo mio.
Non amo Milano, ma questo grido dolcissimo di pietra mi appartiene.
Porto attorno al collo le linee del suo rosone.

Come si può restare inerti, davanti a qualcosa del genere.
Come si può dire ah, e poi voltare il capo, parlare d'altro.
Non è una questione religiosa, o forse sì, ma in senso più ampio.
Lo stesso senso che mi ha fatto amare la Lauda ogni volta che l'abbiamo portata in scena.
E' sacro, sacro a qualunque Dio, sacro a qualsiasi uomo, sacro come la Terra e la spinta che da essa ci fa allungare le dita al cielo.

Novembre, fottuto mese di infinite nostalgie.
Mi manca quel dialogo stretto fatto di consensi più che di assensi.
E come sostiene il mio dizionario, per consenso s'intende conformità di voleri e di opinioni, per assenso s'intende approvazione. Sottile la differenza.
Nostalgia del guardare una cosa e vedere la stessa cosa.
Può un'egocentrica esser stanca di monologhi?
Può, eccome.
Novembre, bastardissimo d'un mese, che sottolinea beffardo il dolce del passato e l'aspro del presente, confondendomi le carte.
Rimorsi rimpianti ricordi reminescenze residui ricatti riscatti rovine.
E mi fa notare quante altre volte io mi sia sentita così, quanti silenzi, e quanto siano differenti i silenzi vuoti da quelli pieni.
Quante volte non c'è stato nulla da dire, quante volte piangere prima di dormire-
-e la mattina dopo nulla più di un segno sulle palpebre, più degli occhi arrossati, guardarsi allo specchio e rendersi conto che la sola cosa sui cui si possa fare davvero affidamento è quello che si vede lì, quella persona che ci guarda con occhi simili ai nostri, la sola persona da cui dipenda davvero la nostra felicità.
Solo un segno sotto gli occhi e passare la spazzola fra i capelli ormai troppo lunghi e infilare il cappotto pesante perchè ormai fa freddo, dannato novembre che non finisce mai, e poi uscire perchè è tardi, è sempre dannatamente tardi, chiudere bene la cerniera del cappotto e quella dell'anima, che miraccomando non si veda il maglione o la tristezza sotto, chiudere e non riaprire, fuori a camminare, a dire, a fare, perchè sotto a te si vive la vita, non si sta mai con le mani in mano, o mia bella madonnina tiranneggiata dai leghisti, che in fondo bastano soltanto quaranta passi.
Quegli stessi quaranta passi.
Rendersi conto di avere dato tutto e di averne prese tante, come una partita di rugby. E sperare che non si sia trattato di una qualche schifosa Italia-Francia per farci umiliare da quelli che giocano sporco, ma quantomeno una Italia-All Blaks che non te la senti di chiamare sconfitta fino in fondo, ci hai lasciato pezzi di cuore e sangue e lividi ma puoi ancora guardare il cielo, pur col fango che c'è.
E capisco sempre di più che se sono ancora viva lo devo a questo sangue, a questa terra.
Alla Brianza che detesto, brianza novembrina di foschia e freddo che taglia le ossa e le guance.
Perchè senza quel riflesso nello specchio non andrei da nessuna parte.

E per quanto vada così, adesso, stanotte, domattina sarò di nuovo in piedi a macinare chilometri sbrigando incombenze per la Felsinea, incominciando un nuovo corso universitario, sbrigando pratiche, perdendomi in salaborsa, magari prendendo un caffè da Terzi per volersi bene un poco in più. Vada come vada, in Plaza Major già allestiscono le impalcature per il Cioccoshow, e la Città delle Torri diventerà un posto meraviglioso dove tutti si vogliono bene e profumano di cacao e l'aumento dello zucchero nel sangue fa miracoli e i problemi non ci saranno più, o si farà finta, che è lo stesso.
Mi manca l'Urbe ma non ho soldi e tempo da investire in biglietti ferroviari più sostanziosi di un banale Bologna-Milano e ritorno per andare-tornare nel paesello natio.
Sono stata in vacanza troppo a lungo, e in vacanza si sa, tutto sembra perfetto.
E' ora di riprendere l'abitudine allo schifo, forse, l'abitudine a me ed al fatto che il mondo non gira come voglio.
Mi drogherò di cioccolato e le cose andranno bene o le farò andar bene a forza di pedate.
Ed io d'inverno porto gli anfibi.
E forse troverò il solito silenzio o i soliti cambi di discorso od il solito approvare senza comprendere con-prendere con-vivere, ma ci si berrà sopra un sorso di cioccolata bollente.

Ma voglio la panna, almeno.




lunedì, 16 novembre 2009 at 16/11/2009 01:00
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